Abbiamo intervistato Diego Palma, docente e scrittore. E’ stato direttore di strutture ricettive e adesso insegna negli istituti alberghieri.

Accento napoletano ma testardaggine sarda, come si arriva a fare il docente in Sardegna?

Esattamente, posso tranquillamente definirmi oriundo, padre campano e madre sarda, il connubio e la miscelanza di due grandi popoli del Sud, che mi hanno permesso di avere una duplice visione della vita. Residente in Sardegna da ormai sei anni, anni nei quali ho deciso di intraprendere un percorso che avevo iniziato e mai completo nel 2005; insegnare è per me innanzitutto una missione e non un mestiere, trasmettere valori ed esperienze di vita ai ragazzi oltre la didattica è un qualcosa di estremamente gratificante. Perché in Sardegna, quella è stata una scelta di vita. Una vita come quella di tanti, ricca di soddisfazioni e soprattutto di tante difficoltà, di certo non sono mancati i viaggi e le città nelle quali credevo di viverci per sempre, ma per sempre è solo un eufemismo che troviamo nelle favole.

Quali sono i problemi e le sfide della docenza oggi alla luce di questa emergenza?

In riferimento al periodo voglio innanzitutto sottolineare che gli insegnanti con grande spirito di adattamento hanno da subito attivato la didattica a distanza con tutte le oggettive difficoltà di un sistema didattico al quale non eravamo abituati ad utilizzare. Il mio parere alla DAD non è estremamente negativo, sicuramente ha evidenziato le differenze tra famiglie meno abbienti e non; oltre le difficoltà oggettive di chi nello stesso nucleo familiare ha dovuto condividere il personal computer con i figli in età scolare e lo smart- working, o la difficoltà dei ragazzi da soli in casa invasi da compiti da fare e lezioni da seguire. L’effetto positivo è stato il contatto attivo che è rimasto tra scuola e studenti e non solo per la didattica, molte sono state le comunicazioni per un supporto psicologico tra docenti e studenti. In ogni caso credo che il contatto umano e la vita sociale che i ragazzi vivono a scuola non potrà mai essere sostituita dalla freddezza e distanza di un pc e di una classe virtuale.

Come si può valorizzare il ruolo di una formazione nel settore alberghiero, turistico e della ristorazione in Sardegna?

In Sardegna in particolar modo bisognerebbe cambiare il modus operandi, non è solo una mia impressione, ma c’è una buona parte che è contraria ad un’idea di turismo di massa e soprattutto per le famiglie, forse molti vorrebbero preservare l’isola come si custodisce una bomboniera. Mentre credo che la Sardegna è un isola fantastica che deve aprirsi al mondo, perché ha un patrimonio naturalistico, culturale ed enogastronomico che non ha nulla da invidiare a tante mete turistiche del nostro Bel Paese e nel mondo e tenerle nascoste è un vero peccato. Bisogna progettare innanzitutto per un sistema di trasporto da e verso l’isola, che non sia troppo oneroso per chi vive e per chi vuole venire in Sardegna. Riguardo la ristorazione o il comparto turistico in genere, bisogna puntare sulla formazione professionale, la quale non deve essere vista come un onere per il datore di lavoro ne solo un obbligo per il personale, ma deve entrare in un concetto di crescita personale, in un nuovo concetto di vita. Le scuole purtroppo hanno sofferto dei tanti tagli che il ministero negli anni ha applicato soprattutto per gli istituti professionali che sono stati trasformati in licei ibridi, come dico spesso bisognerebbe ritornare ad un progetto ’92 e sfido a tutti di andare a rivedere il monte ore per le ore di laboratorio ovvero pratica e quelle dell’area generale, una visione corretta di quello che doveva essere una istituzione pubblica professionale. Inoltre bisogna creare sinergia con la Regione e gli imprenditori, bisogna poter valorizzare le risorse interne prima di andarle a prendere altrove.

I giovani cosa devono pretendere dalla scuola per poter ottenere una formazione all’altezza delle sfide del mercato?

I giovani devono pretendere sempre di più e non accontentarsi mai, dico ai miei alunni, quelli che spesso cambio per lo status di precariato che vivo; spremete ogni docente come un limone, perché ognuno con la propria esperienza di vita e professionale può darvi tanto, ma quel tanto deve essere estratto senza accontentarsi del minimo. E soprattutto bisogna sfatare il mito, che vede gli istituti professionali come un ripiego per chi non ha voglia di studiare e non fare nulla, gli istituti professionali non sono e non saranno mai istituti di serie B, ma molto dipende da quello che gli alunni decidono di rappresentare all’esterno. Concludo dicendo a tutti i ragazzi che la scuola è solo un trampolino di lancio, se vogliono crescere professionalmente non devono pensare al guadagno come un punto di arrivo, ma devono mettere al centro della loro vita la conoscenza e la crescita professionale, ovvero devono comprendere che non devono mai smettere di studiare ed informarsi, nell’ambito professionale ma anche nella vita on generale.

Cosa bolle in pentola nel 2020 di Diego Palma?

Tanti progetti, in primis c’è in sospeso una collaborazione con la grande famiglia “ Rosa dei Venti” per la realizzazione dell’evento Ristoamare  2020, inoltre sto portando avanti l’ultima creatura “ La Voce della Scuola “ un contest che ho messo su in collaborazione con un collega amico Claudio Ninna Canu, un programma che va in onda ogni sabato e che parla di scuola a 360 °, che evidenzia le criticità e le positività di un settore complesso come quello dell’istruzione pubblica, dando spazio a tanti ospiti che hanno a cuore la scuola e con vogliono contribuire al suo miglioramento. In fine per fine anno c’è in serbo la pubblicazione del terzo libro, che senza svelare troppo, stavolta si occuperà di enogastronomia ma in una veste tutta particolare.

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